La forma del limite
Letteratura e disumanizzazione in Se questo è un uomo di Primo Levi e ne I racconti della Kolyma di Varlam Šalamov
Prof. Pietro Boratto, già docente di lingua e letteratura russa per le Università Bocconi, Statale di Milano e Ca’ Foscari
La memoria storica attuale appare sempre meno come archivio condiviso e sempre più come spazio conteso, attraversato da riscritture e selezioni. Da un lato, il negazionismo dell’Olocausto non si manifesta soltanto nella forma esplicita della negazione, ma anche in pratiche più sottili di relativizzazione che ne attenuano la specificità storica e morale. Dall’altro, nello spazio post-sovietico, si assiste a una progressiva rielaborazione del passato in cui la violenza staliniana viene in parte riassorbita in narrazioni di legittimazione nazionale; emblematica, in questo senso, è la marginalizzazione e messa al bando dell’organizzazione non governativa Memorial — dichiarata dalla Corte Suprema russa organizzazione estremista nell’aprile 2026 —, custode di una memoria non riconciliata del Gulag. Il passato non viene cancellato, ma selezionato e rimodellato in funzione del presente.
In questo scenario, la memoria di Primo Levi e Varlam Šalamov riacquista una centralità che va oltre la dimensione testimoniale: si configura come resistenza alla riduzione del reale a costruzione lineare e pacificata. Nei loro testi il sistema concentrazionario non è solo un evento storico, ma una soglia antropologica in cui categorie come colpa e innocenza, vittima e carnefice, perdono stabilità. La nozione di Primo Levi di “zona grigia” diventa così non solo diagnosi etica, ma principio strutturale della rappresentazione.
Sul piano formale le loro scritture divergono profondamente. Levi, influenzato dalla sua formazione scientifica, affida alla chiarezza e alla precisione una funzione conoscitiva: comprendere resta, pur tra fratture e limiti, un compito possibile. Šalamov — figlio di un religioso e di un’insegnante, studente di diritto, condannato per la diffusione del Testamento di Lenin — al contrario costruisce una prosa frammentaria, ridotta all’essenziale, in cui il racconto sembra sopravvivere appena alla distruzione del senso. In entrambi i casi, tuttavia, la letteratura rinuncia a ogni funzione consolatoria e si misura con il confine del dicibile.
Uno dei nuclei centrali è la disumanizzazione. In Levi essa si manifesta come crisi del linguaggio e dell’identità: “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo” (Se questo è un uomo). La perdita di umanità coincide con l’impossibilità di nominare l’esperienza, mentre il ricordo resta l’ultimo presidio dell’identità: un uomo è solo ciò che sa ricordare. La figura dei “sommersi” — coloro che hanno visto spegnersi ogni scintilla di volontà — segna il punto estremo di questa dissoluzione.
In Šalamov, questo processo assume una forma ancora più radicale e biologica. Ne I racconti della Kolyma, l’uomo è ridotto a pura funzione vitale; nel lager l’uomo non è più uomo: è un corpo che lavora finché può. La fame diventa principio distruttivo totale; cancella tutto: memoria, coscienza, affetti. Qui non solo l’identità, ma la stessa possibilità di una coscienza morale viene annientata; l’uomo regredisce a organismo che lotta per la sopravvivenza alla fame e al gelo “Il gelo, quello stesso che trasformava in ghiaccio uno sputo in volo, era penetrato fino nelle anime. Se potevano congelarsi le ossa, poteva congelarsi anche il cervello, poteva congelarsi anche l’anima”.
A questa distruzione quasi totale dell’umano si oppone tuttavia, in entrambi gli autori, un residuo minimo ma decisivo: la parola letteraria come ultimo rifugio della coscienza. In Se questo è un uomo, il celebre episodio del “Canto di Ulisse” mostra come, nel cuore del lager, il tentativo di ricordare e recitare a un altro prigioniero il Canto XXVI dell’Inferno nella Divina Commedia rappresenti non solo un atto di memoria, ma una momentanea restituzione di senso, un riemergere dell’umano attraverso il linguaggio. Analogamente, ne I Racconti della Kolyma, la poesia si configura come unica forma di resistenza interiore, come legame fragile ma irriducibile con un’altra vita:
“Mangiavo, ringhiando come una bestia sul cibo.
Un semplice foglio di carta da lettere
pareva un miracolo dei miracoli,
caduto dal cielo nella foresta oscura.
Bevevo come una bestia, lappando l’acqua,
bagnavo i miei grandi baffi.
Non vivevo per mesi, né per anni —
misuravo la vita in ore.
E ogni sera, stupendomi d’essere vivo,
ripetevo i versi e udivo la tua voce.
Li sussurravo come preghiere,
li veneravo come acqua viva, come un’icona che mi proteggeva,
come una stella che guidava.
Erano l’unico legame con un’altra vita,
dove il mondo mi opprimeva con la sua sporcizia
e la morte mi inseguiva.”
Al Poeta, Quaderni della Kolyma. (1937-1956)
In entrambi i casi, la letteratura non salva nel senso pieno del termine, ma sospende per un istante la disumanizzazione: è un atto minimo, fragile, eppure decisivo, in cui l’uomo, pur ridotto alla soglia biologica, riesce ancora a riconoscersi come essere dotato di linguaggio e memoria.
Nonostante le differenze, emerge una convergenza decisiva: la disumanizzazione è un processo graduale che investe linguaggio, ricordo e corporeità. In Levi si configura come distruzione della possibilità di dire; in Šalamov come riduzione dell’umano alla sua nuda vita. In entrambi i casi, ciò che viene messo in scena è la soglia in cui l’uomo non scompare, ma viene svuotato delle condizioni che lo rendono tale.
Questa riflessione si intreccia con quella sulla responsabilità. In Levi, la “zona grigia” mostra come il sistema concentrazionario produca una distribuzione ambigua della colpa: “… già so ormai che è nel normale ordine delle cose che i privilegiati opprimano i non privilegiati: su questa legge umana si regge la struttura sociale del campo” e ancora “… sulle impalcature, sui treni in manovra, nelle strade, negli scavi, negli uffici, uomini e uomini, schiavi e padroni, i padroni schiavi essi stessi; la paura muove gli uni e l’odio gli altri, ogni altra forza tace. Tutti ci sono nemici o rivali”. La violenza non è solo imposta dall’alto, ma si diffonde, diventando struttura. Šalamov radicalizza ulteriormente questa prospettiva: “Il lager è una scuola negativa. Non insegna nulla di buono”. Se in Levi resta una possibilità di giudizio, in Šalamov ogni distinzione morale appare già crollata.
La differenza si riflette anche nella concezione della conoscenza. Levi tenta di comprendere, pur sapendo che si esce dal lager senza aver compreso; la sua è una fiducia vigilante, mai consolatoria. Šalamov, invece, registra l’impossibilità stessa della comprensione: il Gulag non produce sapere, ma perdita irreversibile. Non è solo il tradimento di un’ideologia, ma la rivelazione della possibilità che l’umano venga completamente svuotato.
Ridurre entrambi gli scrittori a semplici testimoni significherebbe limitarne la portata. Le loro opere sono esperimenti radicali sul linguaggio e sull’idea stessa di umano. Il lager e il Gulag diventano dispositivi conoscitivi che interrogano il confine dell’umano, in una linea che richiama Fëdor Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo e Memorie da una casa di morti — dove il limite è interiore, filosofico, religioso, morale, una crisi dell’uomo dall’interno — e Franz Kafka nel Processo e nella Metamorfosi, con una disumanizzazione radicale e immediata: qui la letteratura non si limita a rappresentare, ma mette alla prova i propri confini, tentando di dire l’indicibile senza tradirlo. E ancora Levi “Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle… Questa era la metamorfosi che ci attendeva”.
Da questo punto di vista, un altro accostamento, quello tra Šalamov e Svetlana Aleksievič, risulta particolarmente significativo. Entrambi condividono una scrittura frammentaria e antiretorica, fondata su unità brevi e autonome e sul rifiuto di ogni costruzione epica. Tuttavia, mentre Aleksievič costruisce una polifonia di voci — un coro organizzato di testimonianze — Šalamov resta radicalmente monologico: non raccoglie voci, ma condensa un’esperienza estrema, senza mediazione. Se Aleksievič monta e ordina materiali orali, Šalamov scrive dall’interno della distruzione.
Questa divergenza formale si colloca all’interno di un fenomeno più ampio, spesso definito come “crisi del racconto” novecentesco. Dopo le grandi fratture storiche del secolo — guerre mondiali, totalitarismi, sistemi concentrazionari — viene meno la fiducia nella possibilità di rappresentare la realtà attraverso una forma narrativa lineare, ordinata e compiuta. Il racconto non scompare, ma si trasforma: si frammenta, rinuncia a una trama unitaria, lascia emergere vuoti e discontinuità.
In questo contesto, la scrittura di Primo Levi può essere letta come un tentativo di preservare, pur tra molte difficoltà, una funzione conoscitiva del narrare: la chiarezza della prosa non elimina il trauma, ma cerca di renderlo intelligibile. Al contrario, ne I racconti della Kolyma la crisi del racconto si manifesta in forma radicale: la narrazione si riduce a frammenti isolati, privi di trama, sviluppo e consolazione, come se l’esperienza stessa resistesse a ogni organizzazione coerente.
Ciò che in Franz Kafka era ancora costruzione simbolica — un mondo opaco, indecifrabile — diventa qui esperienza storica concreta. Il racconto non è più il luogo in cui il senso si costruisce, ma quello in cui il suo venir meno si rende visibile.
In un’epoca in cui la memoria è sempre più esposta a processi di semplificazione, negazione o appropriazione politica — dal negazionismo dell’Olocausto alla minimizzazione dei crimini staliniani — Levi e Šalamov indicano una via alternativa: una scrittura che non fa pace con il passato, ma ne preserva l’irriducibilità. La loro attualità non risiede solo nella testimonianza di eventi estremi, ma nella capacità di interrogare le forme attraverso cui il passato viene costruito, neutralizzato o distorto.
La letteratura, in questa prospettiva, non è deposito di memoria, ma spazio critico: un luogo in cui il passato resta aperto, resistente a ogni definitiva chiusura narrativa.