Il nostro pensare la libertà artistica è forse divenuto anacronistico?
Veronica Quattrocchio
Arte ed espressione. Vocaboli simili, quasi sinonimi, senza dubbio legati. L’una che rappresenta una forma dell’altra, o un suo sfocio, un desiderio. Entrambe con una propria autonomia eppure strettamente interconnesse, in quanto l’esistenza della libertà artistica credo si possa affermare che sia assoggettata alla sussistenza di quella espressiva. Tuttavia, non si tratta di una perfetta sovrapposizione: in passato forse ci si avvicinava più a una convergenza, ma ora i rischi e i condizionamenti che minacciano l’una e l’altra si stanno differenziando più in fretta di quanto ci venga concesso di realizzare e in quale maniera, mi viene da domandare, il nostro modo di pensare la libertà artistica è in grado di riflettere questo fenomeno? Essa rappresenta un ideale fermo e dogmatico a cui si deve aspirare in qualsiasi epoca, oppure è un valore contingente al contesto in cui è inserito e in quanto tale va di continuo interrogato, indagato, ed eventualmente anche rinnovato?
Ripercorrendo a ritroso la storia di qualsiasi arte è possibile recuperare casi di censura e ritorsione. Sin dalla Grecia e Roma antica, infatti, libertà artistica ed espressiva venivano spesso limitate dalle varie autorità vigenti, e addirittura era circostanza frequente che la rivalsa avvenisse direttamente contro l’autore con l’intento indiretto di silenziarne la voce. Ovidio è soltanto uno dei letterati che è dovuto andare incontro a questo destino: nell’8 d.C., proprio mentre gode della sua massima popolarità e soddisfazione grazie alla pubblicazione della raccolta Metamorphosĕon libri XV, d’improvviso giunge l’ordine di un esilio a Tomi, una città sulle rive del mar Nero che Roma aveva conquistato recentemente. Nella sua opera successiva, Tristia, sarà lo stesso poeta a fornire la ragione di questa relegatio: la sua colpa è costituita da carmen et error, e, mentre il secondo termine probabilmente faccia riferimento a uno scandalo di corte, il primo viene quasi con certezza ricollegato dagli studiosi a una delle sue maggiori opere, l’Ars Amatoria, in esplicito e netto attrito con l’ordine morale e politico augusteo.
Spostandosi più avanti nel tempo e concentrandosi sull’arte figurativa come altro caso esemplare, il 13 dicembre 1545 si apre il Concilio di Trento, indetto da Papa Paolo III, il cui obiettivo è incentrato sulla riforma della chiesa cattolica e la reazione alla dottrina protestante. Nel clima immediatamente successivo alla sua chiusura nel 1563, in linea con le direttive tridentine a Daniele di Volterra viene commissionato dalle autorità ecclesiastiche un incarico a cui dovrà l’attribuzione dell’epiteto – non privo di intento dispregiativo – con cui poi passerà alla storia, ovvero il Braghettone: dipingere panneggi, foglie di fico e braghe per oscurare le parti ritenute indecorose nel Giudizio Universale nella Cappella Sistina, allo scopo di conformare la già esistente opera alla nuova e più rigida linea istituzionale di decoro e moralità.
Attraverso secoli e territori, numerosi sono gli autori costretti a scontrarsi con svariate forme di censura e scandalo: Galileo Galilei, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Gustave Flaubert, David Herbert Lawrence sono soltanto alcuni nomi le cui opere vengono processate o bruciate, messe al bando o addirittura all’Indice dei Libri Proibiti. Credo si possa quindi ricostruire una cornice tradizionale all’interno della quale la libertà artistica viene concepita all’ombra di quella espressiva, entrambe pensate in un’accezione basata sulla sottrazione: la libertà presente non in quanto caratteristica propria ma soltanto in assenza di elementi esterni a lei imposti – ovvero censure, gogne e scandali, tutti limiti ben espliciti e chiari.
Per quanto ai giorni nostri si possa discutere della cosiddetta Cancel Culture o del fenomeno del politicamente corretto, essi costituiscono dinamiche a sé stanti, non eredi della censura rigida e bigotta portata avanti da istituzioni e movimenti. Rimanendo ancorati quindi alla suddetta rappresentazione della libertà artistica, strettamente legata a quella d’espressione e concepita basandosi su negazioni, gli artisti di oggi potrebbero considerarsi essenzialmente liberi di esprimersi, pubblicare, innovare. Ma oggi è davvero sufficiente che una qualsiasi opera non venga censurata per poterla acclamare come libera? Quanto questa concezione di libertà artistica è ancora attuale? Quanto invece va rivista?
Sotto una certa prospettiva, la libertà artistica non si è mai ridotta unicamente a quella espressiva: le opere d’arte hanno da sempre dovuto sopportare la pressione aggiuntiva dello sguardo critico del pubblico appassionato. La storia è costellata di artisti che hanno quantomeno deviato di poco le loro aspirazioni per soddisfare alcune aspettative, in modo strategico o consapevole oppure involontario, tra i quali viene naturale citare Giovanni Verga e la sua svolta verista più spendibile sul piano editoriale rispetto alle prime pubblicazioni legate ancora a un gusto tardo-romantico – al quale comunque non si può puntare il dito contro, lasciando il beneficio del dubbio se si sia invece trattato solamente di una maturazione stilistica, per quanto vantaggiosa e coerente con il mercato. Ma all’epoca la critica delle opere d’arte avveniva in gran parte solo su base esperta: quelle che oggi definiremmo recensioni e commenti fino al secolo scorso avevano come luogo circoli e salotti o circolavano sugli esclusivi mezzi fisici delle riviste, lettere e giornali, e la gente che se ne occupava – al di fuori del mero giudizio che offrivano, fosse esso positivo o negativo, ragionevole o meno – conosceva quanto di cui sproloquiava.
Per quanto, dunque, il giudizio artistico sia sempre esistito come un condizionamento più sottile rispetto a quelli evidenti della libertà espressiva, in passato rimaneva circoscritto, mediato, variegato. Interveniva a opera già compiuta e visibile, non determinava l’oblio di un autore, veniva filtrato da istanze riconosciute con cui ci si poteva misurare. Oggi questa dinamica non solo è stata amplificata, ma si è trasformata divenendo più sfuggente e rischiosa.
La società di oggi è infatti profondamente radicata nel giudizio: i riscontri sono immediati e costanti, precedono addirittura il termine delle opere, e spesso vengono mediati da algoritmi. Essi non provengono più solamente da fonti riconosciute e sono quantificabili, dai mi piace e commenti sui social media così come da statistiche che ci propongono i trend del momento e analizzano ogni dettaglio che viene apprezzato e va di moda. La visibilità non viene data, ma, al contrario, va ricercata non solo con impegno regolare ma logiche di mercato ben precise, in quanto l’offerta non è mai stata così satura e al contempo in calo la domanda.
L’identità viene vista come un brand, e le accuse di incoerenza rimangono in allerta dietro ogni angolo. Basta una frase sbagliata, un gesto istintivo o un commento strappato dal contesto originale per finire in vortici di gogna mediatica privi di uscita. Il giudizio non si configura più soltanto come un limite imposto dall’esterno, ma come una vera e propria pressione interiorizzata che gioca d’anticipo e tenta più che mai l’autore a orientare il proprio lavoro in direzioni specifiche prima di darlo in pasto al pubblico, di cui ora si sanno benissimo le opinioni e i gusti.
Ogni passo in avanti va celebrato. Se è vero che oggi siamo soggetti a nuovi condizionamenti è grazie alla sparizione di altri in passato più preponderanti. L’analisi di questi limiti odierni non va fraintesa come un elogio nostalgico al passato, altresì come un tentativo di indagine più che di dimostrazione. E si tratta anche di un invito. Perché la libertà è un valore che, come tale, va ricercato sempre, in ogni sua sfaccettatura, e mai dato per conquistato o assodato in via definitiva. Ha delle radici fisse, intoccabili, ma non per questo non va inteso anche come mutevole. Richiede una continua interrogazione e non si accontenta mai di una sola risposta. La necessità di un nuovo pensare la libertà artistica è un coro a più voci e da più voci è necessario intrecciare un discorso. Da dove allora possiamo ripartire? Forse proprio dall’origine, ciò che ci spinge a creare. La medesima urgenza, desiderio di esprimersi. E poi passare in rassegna i vari passaggi e processi. Per capire quando, in questo corso, l’artista cambia direzione e viene meno al proprio destino.