Appunti notturni sulla libertà
Tommaso Pucci
19 ottobre, inizio ore 23:42. E sia, qualche appunto di settembre. Riflessioni notturne.
Consideriamo due scenari. Il primo, un flusso di eventi deterministico, una sequenza del tipo “X, Y, Z, …” fissata, e che sia l’unica possibile; il secondo, un flusso di eventi realizzato, ovvero una possibile realizzazione di una delle ramificazioni ammissibili a partire da un certo evento A da cui, per esempio, potrei capitare successivamente in B o C. Che valga il primo o il secondo scenario mi è irrilevante, giacché in entrambi i casi gli eventi vengono vissuti dall’interno del flusso ed è pertanto impossibile distinguere quale delle due versioni io stia effettivamente esperendo; l’aspetto che mi interessa è la tesi disfattista alla quale si è soliti pervenire a partire da una delle due ipotesi, vale a dire quella secondo cui, in quanto prigionieri del flusso degli eventi, appaia superfluo lo sforzo di mutarli, ovvero di dirottare, secondo il proprio arbitrio, la vita da A a B, anziché precipitare in C, e che di conseguenza arenarsi nel divenire risulti ragionevole. Errato. L’atto di resa costituisce una parte integrante del flusso, e credere di potere esercitare la libertà di arrendersi alla non libertà di scelta rappresenta un assurdo. Volendo formulare un parallelismo: suddetta credenza equivale all’idea di potere osservarsi pensare dall’esterno, in tempo reale. Instaurare un dialogo interiore a più voci con sé stessi, ove l’una pensa in un senso e l’altra, in seguito, e solo in seguito-perché non potrebbe operare diversamente- giudica il pensare della prima, corrisponde ad un disperato tentativo di dissociazione identitaria il cui fine sia lo scavalcamento del sé, vigilare sulle fluttuazioni e le idiosincrasie emergenti del proprio corso mentale, nell’illusione che il vigilante goda in qualche maniera di una coscienza autonoma rispetto a quella del vigilato, un’non ho evenienza impossibile, trattandosi entrambi del frutto del medesimo corpo. Similmente, è inconcepibile collocarsi all’esterno della propria vita e, alla stregua di divini spettatori, poterne modulare la direzione; la resa, posta in questi termini, è se vogliamo equiparabile al pensiero di terminare il pensare: l’unica cessazione definitiva coinciderebbe allora con la morte. Si viva pure nella condizione di detenere l’arbitrio, o la libertà, se questa è la soluzione che maggiormente conviene al perseguimento della felicità. Da notare che non ho i mai definito né arbitrio, né libertà, tantomeno il termine felicità, rendendo questa mia conclusione alquanto vacua. Sottoponiamone dunque al vaglio una delle tre e discettiamone un poco assieme, shall we? Cazzarola, comincia a fare tardi, sento la testa pesante. Ebbene, la libertà. Posso avventurarmi nel definire cosa essa non sia. Per cominciare, tale non è assenza assoluta di vincoli: scegliere di sottoporsi, e/o generare, nuovi vincoli è un esercizio di quella cosa che vorrei definire…si chiami allora libertà l’assenza di vincoli a priori e la facoltà inoppugnabile di porne di nuovi e smantellarne a piacimento, da ciò si evince che la libertà presuppone la volontà del soggetto che ne gode, e dacché la vita è presupposto della volontà, la libertà si riduce ad una questione tra i vivi. Ahimé, purtroppo la vita si dipana nel nostro mondo, e il nostro mondo non soddisfa i requisiti della suddetta definizione di libertà, né in quanto ambiente, né rispetto al potere conferito a chi lo abita- si pensi ai classici vincoli biologici o temporali-, occorre perciò una definizione più ristretta, che si potrebbe esprimere così: esercitare la scelta e il rifiuto del possibile. Ulteriori problemi affiorano nella valutazione della volontà, essa si forma in funzione dei vincoli e degli effetti irreversibili degli atti da noi compiuti, tra i più significativi ricordiamo la stessa volontà altrui e la incapacità di riavvolgere il tempo, riesumare defunti, leggere le menti, elementi dai quali sorge spontaneo interrogarsi su cosa all’essere umano sia di fatto concesso allorquando molteplici volontà si incrociano e finiscono per darsi battaglia. A ben vedere, se la volontà altrui non rappresentasse un vincolo, ma anzi fosse funzionale alla realizzazione della volontà di un soggetto X, il possibile di X significherebbe tutto ciò che per costui è realizzabile in astratto, anche sfruttando gli altri come mezzi. Purché non sia vero che un essere umano possa fare solo ciò che riesce a definire attraverso il linguaggio verbale (in effetti, la produzione artistica, nel suo processo creativo, cela sempre una stilla di inconscio e cionondimeno raggiunge il suo obiettivo), nel tenere conto di diverse volontà ciò è rilevante nella misura in cui l’altro necessita della definibilità dell’esperienza allo scopo di comprendere l’estensione della libertà altrui, e l’eventuale contrasto con la propria. Non dirò nulla di originale, probabilmente cose arcinote agli addetti al settore, ma come in matematica attecchiscono meglio le dimostrazioni elaborate da sé, qua riadatterò il discorso alla mia maniera. Assumiamo, in via riduzionista, che sia conscio solo ciò che può essere riportato da un soggetto tramite il linguaggio verbale, e vediamo cosa riusciamo a trarne (torna alla nota del 30/06/2024 per la bozza sulla nomenclatura delle categorie di coscienza). Sfruttiamo le seguenti tassonomie e ipotesi. Definisco esperienza in questa istanza un’azione corredata da una specificazione, sia essa l’oggetto, il luogo e/o il soggetto dell’azione, nonché tutto ciò che il linguaggio non riuscirebbe in un tempo infinito a convogliarvi-ci limitiamo qui all’espressione dell’esperienza sufficientemente determinata tramite i segni del linguaggio adottati nella pratica-; l’esperienza definibile può essere possibile, vale a dire realizzabile da colui che gode della libertà o da altri assecondanti la volontà dello stesso, oppure impossibile, dati i vincoli di varia natura preesistenti, i quali possono consistere anche nel timore dell’insorgenza di vincoli futuri, o ancora insensata, ossia che non trova riscontro con la realtà a cui fa riferimento considerando il significato delle parole così come comunemente accolto, ad esempio “sgusciare il naso di un buco nero”. Infine, una esperienza è indefinibile quando astrae dal linguaggio verbale e non verbale- impiego di immagini o musica ad esempio-, e manca pertanto di azione o specificazione o entrambe, ovvero è impensabile: trascende la nostra forma mentis, da non confondersi con l’esistenza dell’idea pensata della sua esistenza. Una precisazione sul discorso prodotto fino ad ora: non ogni fase dell’elaborazione di un pensiero avviene nella nostra mente come un segno del linguaggio, la “lingua delle sinapsi” potrebbe non trasformarsi in segno e lasciare nell’incoscienza il pensiero incipiente, seppure in potenza capace di definire l’esperienza. In conclusione, dunque, per farla breve, la possibilità è condizione sufficiente di definibilità, mentre quest’ultima è condizione necessaria, ma non sufficiente, di possibilità. Per decretare quando la possibilità dell’esperienza ha luogo si considerino A e B due soggetti. Se il possibile di A contrasta col possibile di B allora, in un mondo civile, A può rivalutare l’estensione del suo possibile e, per le ragioni anzidette, definirla da capo di modo da comunicarla a B, il quale rivaluterà la conformazione del suo possibile alla luce della proposta di A, e potrà accettare o replicare con una nuova definizione, e così via sino a che i due possibili, e in particolare le loro definizioni, non divengono compatibili. Tali definizioni concorrono a stabilire i termini dell’accordo. Nello stato di guerra tutti contro tutti hobbesiano la definibilità è superflua poiché non occorre un incontro fra volontà ben specificato: a prevalere è il possibile di chi detiene, anche solo per un istante, maggiore forza dell’altro. Basta, mi si stanno friggendo le sinapsi.